Mentre gli atti individuali e quelli collettivi possono essere studiati con una logica di tipo economico gli atti c.d. comunitari, non permettono un approccio di questo tipo.
Infatti nelle azioni “comunitarie” chi agisce non e un insieme di individui o un ceto politico bensi da un ente che e al di sopra degli individui.
Gli ideali di comunita maggiormente influenti nel periodo in cui Pantaleoni opero erano dati dal regime politico del socialismo e da quello contrapposto del liberismo. Inutile sottolineare a quale ideale il nostro economista era votato; crea invece maggiori dubbi il suo appoggio al nazionalismo , avversario naturale di un cosmopolitismo economico che e la base essenziale di una politica di scambi commerciali aperti all’esterno e di liberta economiche.
Per Pantaleoni gli ideali sono facilmente manovrabili da chi e al potere; lo stesso accade per il patriottismo che “non riesce ad elevarsi a principio etico-politico dalla validita universale”[1], e che lui crede adatto a trasmettere il suo credo liberista.
In secondo luogo, secondo il Pantaleoni, sono le guerre a creare i nazionalismi e non viceversa : quando una nazione lotta per la sua sopravvivenza e fatto del tutto “organico” che i cittadini diano tutto il loro appoggio, per la difesa della nazione. Da questo punto di vista il patriottismo-nazionalismo ha solide radici.
Inoltre il nazionalismo italiano per Pantaleoni non si identifica con il protezionismo e l’autarchia; infatti se nazionalismo e sinonimo del desiderio di un governo di migliorare il benessere del popolo, questo non puo certo prevedere un regime autarchico :”e assolutamente certo non possono vivere trentasei milioni e piu di italiani in Italia, se l’Italia quale essa ora e politicamente configurata, diventa un mercato autonomo, autarca, ermeticamente chiuso”[2]. Quindi Pantaleoni auspica una politica economica dei nazionalisti basata su accordi “su zone di influenza economica particolari e su altri di collaborazione”[3]; il modello proposto e quello di uno spazio economico “unito” in cui gli scambi sono tutelati da accordi e trattati tra i governi ; questa e la soluzione che puo avvicinare i nazionalismi all’ideale liberista di un mercato senza frontiere. Difatti la realizzazione di questi trattati apporterebbe ricchezza e prosperita e quindi aumenterebbe la soddisfazione del popolo, scopo principale, questo, del nazionalismo.
Da un punto di vista economico, cio porterebbe nel lungo termine ad un allargamento dei mercati e ad un depotenziamento e smussamento dei nazionalismi per tendere a quel modello economico cosmopolita che porta alla realizzazione di un mercato “globale”.
Pantaleoni ha un concetto di nazione che differisce da altri autorevoli liberisti italiani come il De Viti De Marco, il Ferrara o Einaudi; egli infatti crede nella “naturalita della forma-Nazione”[4] come una legge di tipo universale e quindi in maniera diametralmente opposta a quella di un liberal-liberista come Ferrara che sciveva “E sempre il medesimo errore che vi predomina; e il volere ad ogni costo isolare a gruppi cio che naturalmente non forma che l’unica massa del genere umano”[5] .
Panataleoni trova questa legge di tipo biologico-evoluzionista nelle tesi di “Gobineau e Gini” che asseriscono che ”ogni generazione nasce da una frazione casuale della generazione precedente,riducendo, nella misura in cui una comunita e chiusa, i “tipi etnici”attivi, e dunque sospingendo verso una crescente omogeneita nei caratteri della popolazione; a sua volta, questo processo conferisce durevolezza alla (relativa) chiusura della comunita”[6].
Da quanto visto sopra risulta comprensibile la sua posizione e l’adesione al nazionalismo.
Piu limpida e la sua posizione di fronte alla guerra: “Tra le societa civili moderne, il guerreggiare e ancora una funzione normale della loro vita e puo riuscire direttamente o indirettamente fecondo di vantaggi economici che superano il suo costo.E verosimile che sia formativodi elementi del carattere degli uomini , che altre funzioni non saprebbero produrre della medesima qualita e nella medesima quantita, elementi del carattere che sono di notevole pregio, forse indispensabili, per la vita economica [...]La guerra ha a mio avviso, un effetto culturale e morale di primissimo ordine, in quanto costringe, sotto pena di sparizione dal novero degli organismi viventi, ad una organizzazione sociale nella quale la morale e il diritto sono esclusivamente informati a esigenze della realta, a principi di utilita collettiva”[7] .
Questa posizione e nettamente a favore della guerra come attivita “naturale” ed imprescindibile per l’uomo e per lo sviluppo economico.
Inoltre essa e un occasione per l’economista di cancellare il movimento operaio e democratico nei quali il Pantaleoni ravvisa annidarsi i nemici della patria e dello sviluppo economico.
Egli e quindi fortemente interventista nelle settimane che precedettero l’entrata in guerra dell’Italia; egli in buona fede ( ma anche con una visione asetticamente economica) ritiene “accettabili” i costi economici e umani che egli immagina la guerra in corso, porti con se: “e vuota retorica ... dipingere le guerre future come quelle in cui si avranno fiumi di sangue, montagne di cadaveri, macelli mai visti.Il futuro sara come il passato e il passato lo conosciamo bene.Le piu sanguinose tra le grandi battaglie moderne non hanno fornito perdite maggiori dal 15 al 20% sul totale di coloro che vi hanno preso parte attiva”[8] .
Piu tardi dovra ricredersi essendo stata la prima guerra mondiale la piu devastante in termini di perdite di vite umane.
Il Pantaleoni da una giustificazione teorica alla guerra vedendo in un conflitto un” bisogno collettivo” : “il bisogno della guerra e un bisogno come ogni altro e ha tutte le caratteristiche di ogni altro bisogno cioe una sua scala d’intensita[...]una curva di utilita[...],una curva di domanda”[9].
L’entusiasmo per l’intervento deriva dalle possibilita economiche che la guerra dischiude e dai progressi scientifici che la accompagnano e che seguono; questo progresso e tale “da compensarci ad usura della distruzione di ricchezza che la guerra avra operata”[10].
La guerra trova anche giustificazione dal fatto che accanto ad una distruzione di ricchezza e implicita una sua redistribuzione , cosa questa che la fa apparire come un “bisogno collettivo”[11].
Inoltre la guerra e foriera di riforme, dato che il governo gode di maggiore liberta dal parlamento ; cio pone le basi per la realizzazione di quel “consorzio coattivo” [12]che puo portare al raggiungimento di un massimo di soddisfazione collettivo..
Lo Stato dovrebbe rinascere dalle ceneri della guerra per diventare “imprenditore” ed investire i capitali di cui si appropria durante la guerra, attraverso i prestiti e il corso forzoso, nello sviluppo del paese.
E necessario, secondo il Pantaleoni, che ci sia una stretta collaborazione tra lo Stato e l’industria per lo sviluppo dell’economia nel complesso e in particolare durante la guerra come accadeva con il modello tedesco dove “La burocrazia tedesca ha incaricato i grandi sindacati industriali di dirigere lo sforzo bellico[13].
Il pericolo che puo sorgere e dato dal fatto che lo Stato puo tentare di sostituirsi all’imprenditore alla guida delle imprese compromettendo in questo modo i meccanismi produttivi che derivano dalla “selezione economica”; inoltre lo Stato dovrebbe evitare di tassare i maggiori profitti delle imprese durante la guerra perche cio disincentiva gli investimenti e quindi l’accumulazione utile per la riconversione post-bellica.
Il motivo per il quale lo Stato spesso non riesce a mantenere questo equilibrio economico di “non ingerenza” nel processo produttivo privato che porta alla massima efficienza, e dato dal fatto che esso e costituito (nei paesi industrializzati) da un regime democratico e fondato sul consenso del popolo al quale spesso deve sottostare. E il popolo, sempre secondo il nostro, non e certo illuminato sulle scelte economiche che il Paese deve affrontare.
Secondo Pantaleoni “la democrazia e il regime che apre il varco a chi altrimenti se lo apre da se”[14]ponendo quindi l’accento sui caratteri “selezionistici” della democrazia stessa
.Eglivuole inoltre evidenziare come siano in conflitto il principio democratico, che prevede l’uguaianza di tutti gli appartenenti alla societa,e il principio del massimo benessere per la collettivita[15]. Quindi la democrazia e un ostacolo sulla strada del raggiungimento di un massimo di produzione e di soddisfazione.
Difatti i principi democratici vanificano artificialmente gli effetti della selezione naturale; inoltre sorgono difficolta quando c’e la necessita di ”conciliare il postulato di un maximum edonistico dell’ente maggiore con i postulati di massimi edonistici degli enti componenti quello maggiore”[16]; torna quindi il problema di risolvere il conflitto tra interessi individuali (di classe o regionali) e interessi collettivi (nazionali).
A difesa degli interessi individuali l’economista marchigiano vede un’autorita governativa dispersa sul territorio con ampie autonomie locali, con un governo di tipo federale e l’uso di frequenti referendum sulle decisioni legislative piu importanti.[17] Ma l’interesse collettivo contrasta spesso con quello di classe cosicche e necessaria (come si e gia visto) la coazione, assegnando ampi poteri all’ente maggiore; c’e quindi bisogno di una sorta di democrazia “selezionista” per non cadere in un regime anarchico.
Quindi l’antagonismo che esiste tra i principi egualitari democratici e il benessere collettivo, diventa anche il confronto tra liberta individuale e imposizioni sovraindividuali[18].
La democrazia insieme al socialismo sono i principali artefici della “rovina” dell’economia ; esempio ne sono i movimenti operai che inceppano il regolare funzionamento del mercato, attraverso l’imposizione di prezzi politici che ostacolano il raggiungimento di un massimo di rendimento produttivo.
E calmieri sociali artificiali come il prezzo politico del pane, i minimi salariali, le otto ore di lavoro sono estremamente dannosi per l’economia: ” e particolarmente nociva all’accrescimento della ricchezza[...] ogni misura che ,nell’intento di tutelare la partecipazione nel reddito netto di un’azienda dell’uno o dell’altro di coloro che apportano fattori di produzione, ostacoli una esigenza tecnica di massima produttivita, e misure di tal genere sono in gran numero le cosiddette -condizioni di lavoro-reclamate da socialisti e sindacalisti”[19].
Quindi condizione per lo sviluppo delle attivita produttive, e la liberta di azione dei meccanismi del mercato, esenti da interferenze derivanti dagli interventi dello Stato o dalle rivendicazioni sindacali ; questo e per Pantaleoni il modo per rendere la guerra una produzione valida.
D’altro canto pero il libero mercato accentuerebbe le pessime condizioni della popolazione cosicche la situazione sociale potrebbe diventare incontrollabile ed esplodere.
Allora il problema dello stato liberale e quello di far divenire il paese “fortemente disciplinato”[20]con ogni mezzo fino a che l’ordine viene raggiunto : addirittura egli asserisce che“non c’e dose di legnate e di fucilate che siano in eccesso”[21].
Pantaleoni quindi vede nella guerra anche la possibilita di distruggere le ragioni del socialismo ricorrendo dove necessario alla violenza bruta per eliminare il principale avversario del liberismo e del nazionalismo: anche se questo significa l’eliminazione fisica degli oppositori, che sono sia oppositori dello Stato che dello sviluppo della societa.
La guerra offre un’occasione unica per sovvertire la democrazia; l’opinione pubblica puo governare solo se tra le classi superiori e le masse popolari non c’e una grande differenza. L’educazione delle masse puo essere un mezzo per creare un’opinione pubblica illuminata.
Ma per Pantaleoni la vera democrazia e “quel senso di rispettoche fa si che l’ignorante si riconosce spontaneamente per quello che e ,in presenza di chi di lui e piu colto, e quello moralmente meno valido si riconosca spontaneamente tale in presenza di chi di lui piu e perfetto ed entrambi tacciano, e si lascino consigliare e guidare da coloro che, pure in democrazia, non sono i loro uguali ma i loro superiori”[22].
E dunque presente la visione di un’elite politica costituita dagli uomini che piu si distinguono per intelligenza e ricchezza e quindi “naturalmente” selezionati ; questo in quanto l’uguaianza del diritto deve lasciare inalterata la disuguaianza sociale[23].
La scienza economica “ha reso facile riconoscere la incompatibilita dell’uguaianza con la liberta fornendo[...] la conoscenza degli effetti della libera concorrenza, della selezione ,della lotta per l’esistenza, cioe la conoscenza degli effetti che seguono quando leggi e costumi non vincolano la liberta individuale[...]Democrazia e uguaianza davanti alle leggi e disuguaianza nelle condizioni economiche”[24]
.I governi dovrebbero essere costituiti quindi in gran parte da tecnici che conoscendo le leggi economiche possano guidare il paese verso la prosperita e il benessere.
Ed e l’economista l’illuminato, il “terzo” il “tutore” per eccellenza, colui che dovrebbe guidare il governo e le classi dirigenti cosi da “correggerne e maturarne ilpensiero”[25] Cosi la politica e l’economia nella visione di Pantaleoni dovrebbero essere complementari per affrontare la sfida dello sviluppo economico.
[1]M.Pantaleoni, “Nazionalismo o cosmopolitismo”(1914), poi in “Note in margine della guerra”, Laterza, Bari ,1917.
[2]M.Pantaleoni “Note in margine della guerra”, Bari,Laterza,1917.
[3]ibidem.
[4][4]N.Bellanca “Comunita, nazione e mercato nella riflessione di Maffeo Pantaleoni
[5]F.Ferrara,”Malthus.I suoi avversarii, I suoi seguaci, le conseguenze della sua dottrina”,1841,inId., “Opere complete”,vol.I, Bancaria, Roma,1955.
[6]N.Bellanca “Comunita, nazione e mercato nella riflessione di Maffeo Pantaleoni”
[7]M.Pantaleoni, “L’atto economico”, cit.
[8]M.Pantaleoni, “Note in margine della guerra”,cit.
[9]M.Pantaleoni,”Gli insegnamenti economici della guerra”,Giornale degli economisti,marzo,maggio, giugno 1916, poi in”Tra le incognite”, Bari, Laterza,1917.
[10]ibidem.
[11]M.Pantaleoni “La fine provvisoria di un epopea”, Bari,Laterza,1919.
[12]M.Pantaleoni “Note in margine della guerra”,cit.
[13]M.Pantaleoni “Note in margine della guerra”,cit.
[14]M.Pantaleoni “Scritti vari di economia”,serie terza, Sandron,Palermo,1910.
[15]M.Pantaleoni”Delle regioni d’Italia in ordine alla loro ricchezza ed al loro carico tributario”,il Giornale degli economisti, gennaio 1891.
[16]ibidem.
[17]M.Pantaleoni “La legislazione di classe e la democrazia”, Bologna ,Tipografia Garagnani.
[18]N.Bellanca “Comunita, nazione e mercato nella riflessione di Maffeo Pantaleoni
[19]M.Pantaleoni “Gli insegnamenti economici della guerra”,cit.
[20]M.Pantaleoni”Socialismo,pangermanesimo e pace tedesca”
[21]M.Panataleoni”La fine provvisoria di un epopea”,cit.
[22]M.Pantaleoni, “Demagogia e democrazia”.
[23]N.Bellanca “Comunita, nazione e mercato nella riflessione di Maffeo Pantaleoni”
[24]M.Pantaleoni, “Demagogia e democrazia”.
[25]M.Pantaleoni,”Politica : criteri ed eventi”, Bari, Laterza, 1918.