6) L’ITALIA DOPO VERSAILLES E LO SVILUPPO DEL FASCISMO

 

La politica estera del nostro governo dopo la grande guerra, si caratterizzo per la sproporzione tra le nostre ambizioni di espansione, e gli strumenti di politica estera e diplomatici necessari per realizzarle.

Cosi che a Versailles le aspirazioni italiane dovettero ridimensionarsi ; l’Europa usci dissanguata da cinque anni di guerra e le prospettive di sviluppo erano sempre piu affidate alle finanze americane.

L’Italia si trovava in una situazione economica piu vulnerabile degli altri paesi; infatti nel periodo bellico si era aperta una voragine tra le spese pubbliche  e le entrate effettive, cosicche la voce del pagamento degli “interessi” del debito pubblico divento ancora una volta il peso piu oneroso da sopportare per il bilancio statale.

Il trend di sviluppo conosciuto dall’Italia fino alla vigilia della guerra era ormai un ricordo: il mondo economico era ormai sfiduciato della classe dirigente , fatto che contribui non poco al declino della classe liberale in Parlamento; nei grandi centri industrialile masse operaie erano permanentemente in agitazione nonostante le conquiste ottenute come la riduzione dell’orario di lavoro ad otto ore.

Inoltre nel Partito Socialista stavano prendendo piede le idee dei massimalisti e di Gramsci , che orientavano la propria azione in senso rivoluzionario , sul modello soviettista.

Anche dalle campagne provenivano propositi di autogestione e collettivizzazione espressi dal movimento contadino.

Cosi, ormai alle strette, il governo che rappresentava la speranza dell’italia postbellica  di Nitti dovette dimettersi : a provocarne la caduta  fu la controversa questione di Fiume occupata da D’Annunzio e dai suoi uomini, e l’abolizione (oramai diventata inderogabile) del calmiere sul pane il cui basso prezzo era reso possibile soltanto con il sussidio statale e il conseguente aggravio delle finanze pubbliche.

A Nitti si sostitui nel 1920 l’inossidabile Giolitti : le varie parti dello schieramento liberale dopo le elezioni del 1919  ( tenutasi con il sistema proporzionale e che avevano visto come vincitori i Socialisti ed il Partito Popolare) cercavano, invece di affrontare i gravi problemi del dopoguerra , di trovare gli equilibri e le alleanze per mantenere il potere in Parlamento e governare.

Di questa situazione di confusione e torpore delle principali forze politiche, approfitto il movimento nazionalista che, nato prima della guerra, trovava terreno fertile nella borghesia italiana   per aumentare il proprio consenso contro la democrazia parlamentare.

L’apporto teorico di Alfredo Rocco , fautore delle concentrazioni monopolistiche e di una rigorosa disciplina dei rapporti sociali, aveva dimostrato l’incompatibilita tra nazionalismo e liberismo politico ed economico (anche se Pantaleoni lo stimava per il suo deciso indirizzo antisocialista).

Non mancavano comunque nel programma elaborato dai nazionalisti nel 1919, delle indicazioni programmatiche adatte alle concrete esigenze di rilancio dell’economia italiana e di tutela degli interessi dei lavoratori.

Cio che in effetti mancava alle forze nazionaliste era una adeguata rappresentanza parlamentare ; e l’inasprirsi dei conflitti sociali creo un clima adatto allo sviluppo della destra.

Sia le manifestazioni in serie tenute  dagli esponenti del mondo agricolo , sia gli scioperi nelle fabbriche rafforzarono le posizioni dei nazionalisti e agevoleranno l’ascesa del movimento fascista , si violento ed eversivo, ma che prometteva il ripristino dell’ordine e dell’autorita; e mano a mano che la prospettiva di una stabilizzazione politica si allontanava,  si indebolivano gli schieramenti liberali; l’alternarsi di maggioranze instabili e fragili  rendevano il paese ingovernabile, facendo  cosi il buon gioco dei nazionalisti.

Ad alimentare i venti di cambiamenti che erano in atto , c’era la disastrosa situazione economica postbellica ; I nazionalisti non vedevano la soluzione dei problemi economici negli interventi pubblici di salvataggio, ne all’affidamento agli automatismi di mercato           ( anche a costo di una “salutare” crisi di riconversione come ritenevano i liberisti), quanto piuttosto in una specifica politica produttivistica dello Stato.

Essa avrebbe dovuto raccogliere da un lato l’eredita del liberismo, ma far valere dall’altro i principi che stavano alla base del programma dei nazionalisti, e che miravano a una sorta di solidarieta corporativa tra forze del capitale e del lavoro.

Questa visione era comune a personaggi come il gia citato Rocco o Belluzzo o ad intellettuali del fascismo come Bottai : influenzati dalla sociologia paretiana e dalle teorie economiche di Barone , essi avevano una concezione della vita economica sociale basata da un lato sulla categoria della produzione e, dall’altro , sull’intervento dello Stato come fattore politico di modernizzazione.

Questi orientamenti del movimento nazionalista conferirono al fascismo una cultura di governo capace di saldare l’instaurazione di un regime totalitario ,  con l’imposizione di un ordinamento basato sulla “disciplina sociale” e sulle norme del produttivismo.

In questa ottica lo Stato avrebbe dovuto spogliarsi dei suoi attributi economici per lasciare spazio ai privati e , una volta che la situazione economica fosse tornata a regimi accettabili , riprendere a funzionare con la massima efficienza ,  garantendo l’ordine e la stabilita.

 Gli anni tra le due guerre sono conosciuti come quelli dell’”alta teoria” , e vedono concludere la fase della”tradizione italiana” nell’economia politica e le contrapposizioni al suo interno tra economisti “sintetici” ed “analitici”( a seconda che ci si accontentasse di perfezionare le singole tecniche o di cercare i principi fondamentali dei sistemi economici) e quella dei liberalisti classici , per lasciare spazio al corporativismo fascista e all’interventismo keynesiano.

D’altronde la fase storica in esame e condizionata dai cambiamenti in atto del sistema economico che interesso l’Italia post-giolittiana; quindi anche l’analisi economica ne  risentira passando “dalla visione armonica dell’economia propria del liberalismo classico e neoclassico a quella drammatica della crisi del modello dell’equilibrio”[1]

E questo accadde a livello mondiale : Dobb riferendosi alle analisi economiche di uomini come Shumpeter e Keynes notava come  fosse in atto una crisi dell’economia e come cio che pochi anni prima era concepito come ormai acquisito, era messo in discussione dalle fondamenta.[2]

I saggi di questo periodo sono utili per capire che nonostante l’”oppressione “corporativa gli economisti italiani fossero consci dei cambiamenti in atto e che “la situazione storica del secondo dopoguerra e la cultura affermatasi quegli anni hanno creato un pregiudizio estremamente sfavorevole verso il pensiero economico degli anni ‘30”.[3]

Nel periodo immediatamente successivo alla scomparsa di Pantaleoni tra il 1925 e il 1930, il pensiero dell’economista marchigiano verra spesso manipolato in senso corporativo , oppure utilizzato per approfondire lo studio del sistema dell’equilibrio, seguendo il solco lasciato dal compianto maestro ; economisti autorevoli come Loria, Ricci, Mortara ne esaltarono, pochi mesi dopo la morte,  le capacita e la vasta cultura economica , riconoscendo nei suoi Principi di economia pura  il livello di perfezione e di sintesi dei teoremi dell’economia marginalista,nonche  i legami con l’equilibrio di Marshall e “l’adesione alle dottrine utilitarie di Gossens, Jevons, Menger e Walras “.[4]

Solo il Del Vecchio (dei suoi contemporanei) sembra mettera in luce la sua “originalita scientifica” riconoscendo la sua attivita di economista essere  una specie di minimo comune tra tutte le altre dottrine, dalle quali egli avesse raccolto e sistemato tutto quanto avevano di reciprocamente compatibile”.[5]

Autori come Sraffa e Amoroso riprenderanno le impostazoni di Pantaleoni per sviluppare le proprie teorie[6]

Negli anni 30 le tesi corporative avrebbero invece ripreso il pensiero pantaleoniano, rivisitandolo per la costruzione di una scienza radicalmente nuova come pensava il Bini[7] : tuttocio per conferire alle teorie economiche degli intellettuali fascisti i canoni di innovativita  e alternativita rispetto alle economie liberali o marxiste ed allo stesso tempo un fondamento scientifico “autorevole” come poteva essere quello di uno studioso come il Pantaleoni.

  Gino Arias in particolare fece ricorso alle teorie pantaleoniane in tema di dinamica economica [8]  per mettere in crisi la nozione di “homo oeconomicus” su cui si poggiava il pensiero economico moderno inferendo quindi che il sistema economico potesse raggiungere l’equilibrio soltanto con il verificarsi di coincidenze casuali, (uomini che agiscono esclusivamente come “homines oeconomici” e concorrenza perfetta nel sistema) e manipolando quindi in senso corporativo gli spunti offerti dal primo caso di dinamismo pantaleoniano , arrivando a considerare l’economia corporativa come la nuova scienza dinamica auspicata dal Pantaleoni.[9]

  Mussolini si defini allievo di Pareto ; egli in effetti segui le lezioni del professore durante il suo esilio in Svizzera; ma soltanto una esigua quantita degli insegnamenti di Pareto (e Pantaleoni) saranno poi trasfusi nel pensiero economico del fascismo ; comunque “vi erano dei motivi di riflessione, in Pareto e Pantaleoni, che attraverso il sindacalismo rivoluzionario alimentarono il primo fascismo”[10] ; ovviamente i due economisti non auspicavano il totalitarismo che rappresentava le fondamenta dell’economia corporativa, purtuttavia “la teoria delle elites in Pareto, la previsione, in Pantaleoni di un’economia dominata da crescenti spese generali e quindi dominata da ceti burocratico-parassitari, perfettamente funzionale a un regime di plutocrazia demagogica, potevano facilmente essere utilizzate in chiave “rivoluzionaria”ed eversiva[11];

Il governo fascista ad ogni modo ebbe la fortuna di esordire in un momento in cui l’economia usciva dalla crisi piu grave e ricominciava a crescere.

Cosi fu possibile avviare con successo, anche grazie all’opera di un ministro di formazione liberale come De Stefani, il risanamento delle finanze pubbliche, procurando in tal modo nuovi consensi al regime da parte della piccola e media borghesia.

E a contrassegnare la c.d. “fase liberista”, del fascismo (quella in cui anche Pantaleoni ebbe una parte importante) ,furono l’abrogazione definitiva della noninativita dei titoli e delle norme sull’avocazione dei profitti del periodo bellico, il ritorno ai privati dei servizi telefonici e delle assicurazioni sulla vita, nonche altre agevolazioni fiscali atte ad incoraggiare gli investimenti privati e i redditi d’impresa.

Quindi una politica economica coraggiosa spiccatamente liberista, che incontro senza dubbio il favore di Pantaleoni; era una sorta di regime liberal-conservatore che, attraverso la mediazione di Mussolini, avrebbe dovuto portare alla “costituzionalizzazione” dei fasci.

Ma dopo l’omicidio Matteotti si comprese come le aspettative del mondo politico ed industriale sulla ”normalizzazione” del fascismo fossero senza solide fondamenta, e come invece si stesse avvicinando il regime autoritario del fascismo. 



[1]F.Perillo, Aspetti del pensiro economico degli anni 30.La “rilettura”di M.Pantaleoni, in Rassegna economica,n6 novembre-dicembre 1985.

[2]M.Dobb, Economia politica e capitalismo, Torino,1950

[3]M.Finoia, Note sul pensiero economico italiano degli anni 30, in Rassegna economica , maggio-giugno 1983

[4]A.Loria,”L’evoluzione mentale di M.Pantaleoni”,in Giornale degli economisti marzo 1925

[5]G.DelVecchio, “ I sistemi di economia politica e l’originalita scientifica di Maffeo Pantaleoni”,in Giornale degli economisti, marzo 1925

[6]L.Amoroso ,”la curva statica di offerta”, in Giornale degli economisti,giugno 1930 o “Il palazzo degli economisti nel pensiero di Maffeo Pantaleoni”,in Rassegna economica aprile-giugno1956 ; P.Sraffa, “Sulle relazioni fra costo e quantita prodotta”, in Annali di economia II,1925 o “The laws of returns under Competitive conditions”in Economic Journal,XXXVI

[7]P.Bini, “Il salario corporativo negli studi economici tra le due guerre,in R.Faucci 1982

[8]M.Pantaleoni, “Di alcuni fenomeni di dinamica economica”,in Giornale degli economisto, settembre 1909.

[9]G. Arias, “Dinamica economica ed economia corporativa, in Economia, febbraio 1930

[10]R.Faucci, Il pensiero economico italiano fra le due guerre(1915-1943),Quaderni di storia dell’economia polica,VIII,1990 2-3.

[11]ibidem