1) L’ECONOMIA PRE-UNITARIA
Quando l’Italia si costituì in Stato unitario la sua economia accusava un gravissimo ritardo rispetto agli altri paesi dell’Europa occidentale.
E le prospettive future non sembravano certo rosee ; il sottosuolo forniva scarse quantità di minerali e combustibili mentre l’agricoltura riusciva a malapena a sfamare la popolazione italiana che all’epoca era circa di 26 milioni di abitanti.
Il reddito pro-capite di un italiano era un terzo di quello di un francese e un quarto di quello dei sudditi della corona inglese.
Comunque nella prima metà dell’ottocento in alcune zone l’economia italiana aveva conosciuto dei discreti progressi ; l’Italia in alcune sue parti aveva tratto beneficio soprattutto dall’andamento dell’economia europea e dallo sviluppo dei nuovi mezzi di trasporto.
E in quasi tutti gli Stati preunitari la borghesia, quasi ovunque con tendenze liberali, aveva visto di buon occhio la realizzazione di un’unione doganale e lo sviluppo di una rete ferroviaria nazionale per lo sviluppo dell’economia.
Sviluppo a cui contribuì inizialmente l’aumento delle esportazioni agricole e l’ascesa dei prezzi delle derrate agricole stesse.
Nel nord d’Italia soprattutto , procedevano le opere di bonifica e l’ammodernamento dei mezzi a disposizione per le colture e quindi, malgrado il permanere in numerose zone di un’agricoltura di semplice sussistenza o comunque ancora arretrata rispetto a quella europea , l’agricoltura italiana aveva cominciato ad uscire da una situazione di stagnazione economica a cui sembrava condannata da secoli.
Inoltre la produzione manufatturiera, anche se ancora a livello protoindustriale riusciva a tenersi a galla ; pochi erano gli stabilimenti di grandi dimensioni ed erano soprattutto le piccole imprese per la maggior parte a carattere familiare, a costituire l’ossatura dell’industria italiana che era soprattutto rappresentata dai comparti tessili della lana, seta e cotone.
Ed enormi erano le differenze tra nord e sud sia strutturali che organizzative ; nel sud le condizioni dell’agricoltura erano pessime ; la presenza di sterili distese paludosi , il latifondo nobiliare , la debolezza della borghesia e l’arretratezza dei metodi di coltivazione erano situazioni difficili da sostenere e modificare.
Negli stati preunitari vennero comunque assumendo un peso importante le idee del laissez faire che erano collegate alla conquista di maggiori libertà politiche e civili.
Si comincio infatti a riformare l’amministrazione e il sistema fiscale si accrescendo pero in questo modo sia la pressione tributaria che la spesa , destinata soprattutto in favore delle opere pubbliche. Ed il liberismo procedeva accanto alle nuove iniziative statali ; economisti e riformatori di livello e spessore europeo non mancavano all’Italia tra il settecento e il momento dell’unificazione ; ma le idee circolano in una ristretta cerchia destinata in seguito a governare l’economia italiana dopo l’unità.
Gli economisti italiani non seguivano durante quel periodo pedissequamente gli insegnamenti del liberismo inglese ; la lunga tradizione di legami intellettuali con Francia e Germania e alcune caratteristiche proprie della scuola italiana permise ai nostri economisti di ritagliarsi uno spazio proprio in ambito europeo.
Con il passar del tempo le idee libero-scambiste presero piede in tutta la penisola :una politica di libero scambio era considerata una leva determinante per rafforzare i rapporti politici e diplomatici stabiliti durante il Risorgimento con Francia e Inghilterra nonché per il risanamento della finanza pubblica : essa cominciò dai programmi e dalle riforme dei governi rivoluzionari provvisori attorno al 1848.
In Piemonte si introduce nel 1851 una tariffa decisamente liberista. Tra il 1851 e il 1854 vengono abbassati i dazi nel Granducato di Toscana..
Nel 1850 il Cavour, divenuto ministro dell’agricoltura e del commercio, dà immediatamente un indirizzo liberista alla politica doganale piemontese concludendo trattati commerciali con Belgio ed Inghilterra che aprono la strada alla tariffa del 1851 che segna un sostanziale mutamento nella politica commerciale del Regno di Sardegna : ai dazi specifici vengono sostituiti quelli ad valorem.
E molte saranno le innovazioni liberiste del Cavour ( che ricordo essere amico personale di Diomede Pantaleoni padre di Maffeo) ; di un certo peso per l’economia piemontese fu la creazione di un efficiente sistema di infrastrutture : questa ed altre innovazioni saranno poi trasfuse nel nuovo Stato unitario : infatti la tariffa piemontese del 1859 viene estesa ai territori che mano mano si uniscono per formare il Regno d’Italia cosi come i trattati di commercio e navigazione improntati ad una filosofia liberoscambista..
. L’adozione di un indirizzo liberista concordava alla perfezione con quanto prescrivevano le dottrine economiche e le scuole dominanti del periodo.
Infatti le teorie di Adam Smith[1] avevano un importante eco in Italia soprattutto con la figura di Francesco Ferrara, mentre la teoria Ricardiana sui costi comparati, secondo la quale in un regime di libertà commerciale le nazioni, per trarre il maggior beneficio, dovevano specializzarsi nei settori a più alta produttività era seguita con interesse[2]; quindi, a parità di costi, potevano scambiare le merci prodotte, con quelle fabbricate all’estero di cui si aveva necessità; e questa ricetta di Ricardo sembrava tagliata a perfezione per le potenzialità della nostra nazione in particolar modo ricordando come il nostro paese fosse votato principalmente all’agricoltura.
Ed in questi anni trovano spazio diversi trattati commerciali : importante fu quello stipulato nel 1860 tra Regno unito e Francia (c.d Cobden-Chevalier), costruito su basi libero-scambiste e che presto coinvolgerà lo Zollverein degli stati tedeschi ; quindi le maggiori economie europee erano coinvolte nel clima liberista che si era creato. Proprio questo rinnovato clima, e la voglia di non essere tagliati fuori dai grandi movimenti che si erano innescati nel vecchio continente , spingono l’Italia verso un economia fondata sul libero scambio.