5. L’ECONOMIA DI GUERRA
Con l’avvento della guerra e l’iniziale neutralita dell’Italia , il governo penso di sfruttare il fatto che il nostro paese potesse trarre vantaggio dal fabbisogno dei contendenti, fornendo loro i prodotti necessari.
Ma la neutralita in effetti permise soltanto di smaltire le giacenze accumulate in precedenza rivelando l’estrema vulnerabilita e dipendenza dell’Italia dalle forniture estere di combustibile ; inoltre il clima di incertezza che si respirava nei mercati non giovava di certo all’economia. L’Italia doveva decidere con chi schierarsi e a far pendere la bilancia in favore dell’intervento a fianco delle potenze dell’Intesa, c’era il problema degli approvvigionamenti di combustibili e materie grezze e il timore che le stesse potenze dell’Intesa imponessero un blocco marittimo ai nostri porti.
Inoltre si reputava (probabilmente piu sperandolo) che il conflitto avrebbe avuto una breve durata e non sarebbe stato eccessivamente oneroso per la nostra gia martoriata economia; il nostro paese aveva una produzione di acciaio e ghisa nettamente inferiore a quella dell’Impero Asburgico o della Germania , ma si confidava piu che sulla produzione bellica, sul numero di uomini che si sarebbe potuto mandare sui campi di battaglia.
Maffeo Pantaleoni si interesso molto alla guerra, ai suoi costi ed ai problemi economici che essa comportava, sia di carattere allocativo che distributivo.
E in un capitolo a parte avro modo di esporre il suo pensiero al proposito ; in generale le ingenti risorse necessarie per sostenere lo sforzo bellico si possono sostenere solo parzialmente con un aumento del PIL, e quindi attraverso un aumento dei beni e servizi necessari alla guerra.
Le spese effettive dello Stato che nei venti anni precedenti la guerra si situano tra il 10% e il 15% del reddito nazionale lordo, salgono al 59% nel 1918.[1]
Per tutto il settecento i principali strumenti di riallocazione delle risorse ad uso bellico erano quelli di natura coercitiva che non implicavano strumenti di intermediazione, come ad esempio le corvees, le requisizioni, il saccheggio.
Gli strumenti allocativi di gran lunga piu importanti diventano nel 1914-18 l’imposizione fiscale, il debito pubblico e la creazione di moneta con la conseguente inflazione.
A favore dello strumento fiscale milita il fatto che esso non produce inflazione; inoltre si puo graduare nel modo socialmente piu equo i sacrifici imposti dala guerra.
Tra gli svantaggi c’e una probabile diminuizione di produttivita in corrispondenza di aliquote fiscali molto elevate che in pratica eliminano gli incentivi.
A favore del’inflazione come strumento allocativo, c’e il fatto che e un’imposta facilmente esigibile, non richiede un approvazione parlamentare, ed e quella che nel breve periodo e incredibilmente efficiente e ottiene il massimo dei consensi.
Per contro, e un imposta assai regressiva e particolarmente iniqua perche colpisce maggiormente chi gia cospicuamente sopporta i costi della guerra.
Le spese complessive dello stato tra il 1915 e il 1919 saranno finanziate per un quarto dalle imposte; la rimanente parte sara coperta dall’accensione di debiti e dall’emissione di carta-moneta.
E le spese in questione saranno nel periodo considerato ingentissime ; per condurre la guerra , le ripetute emissioni dei titoli del debito pubblico consentiranno solo una parziale copertura del disavanzo; il resto lo stato se lo procuro stampando continuamente biglietti, provocando cosi una spirale inflattiva che si risolse in un innalzamento dei prezzi da un indice pari a 100 del 1913 a un 409 nel 1918.[2]
Inoltre il bilancio totale era destinato ad aggravarsi sia per i sussidi erogati a sostegno dei “prezzi politici” , sia per le pensioni militari e i risarcimenti dei danni di guerra alla popolazione civile.
Con la nuova situazione internazionale venutasi a creare dopo il conflitto, e la dissoluzione dell’impero Austro-Ungarico , della Russia Zarista e della Germania, avevano dato la possibilita alla nostra penisola di assumere un ruolo di primo piano nello scacchiere europeo e mondiale.
