Maffeo Pantaleoni è un'economista che è al di sopra delle righe. Prima di intraprendere questo mio lavoro devo onestamente ammettere che la sua figura mi era pressoché sconosciuta.
Ma altrettanto onestamente posso dire che, ora che mi è familiare, sono rimasto sorpreso e affascinato sia dall'uomo che dall'economista.
La sua vita è un alternarsi di azione umana ed intellettuale; sembra quasi prodigioso il numero di opere, articoli e scritti che il Pantaleoni, sempre ad alto livello, propone non soltanto in campo economico ma anche in quello statistico, sociologico, antropologico, finanziario.
Tutto ciò unito ad un'intensa attività di insegnante, di politico, di attivista in campo sociale, nonché consulente finanziario ed economico. Sicuramente Pantaleoni è uomo di altri tempi; la sua attività multiculturale rientra in una tradizione italiana risorgimentale. Mi ha particolarmente colpito la sua coerenza intellettuale e la sua apertura mentale che viceversa lo propongono nella sua modernità: egli è bene o male influenzato da economisti anteriori di cui segue parzialmente le orme (parlo soprattutto del Ricardo, di Bentham e di Jevons). Allo stesso tempo egli non si lascia incantare dalle illusioni di “dogmi” economici; la sua ricerca non ha preconcetti.
L'aderenza delle “leggi” economiche alla realtà: questo era il suo credo. La sua conoscenza e il suo studio era sempre in divenire; punti fermi in effetti si possono trovare soprattutto nella fede nei meccanismi del mercato e della selezione. Egli è etichettato come liberista assoluto: eppure il suo liberismo non si può imprigionare nei canoni “tradizionali”; esso è del tutto personale. Ciò ha portato spesso a confusioni sul suo pensiero o a manipolazioni: il suo oscillare e la mutevolezza era dovuta al fatto che egli non raggiungeva mai un punto di arrivo:la ricerca non terminava mai.
Ecco spiegato il perché della sua generosità intellettuale, il voler esplorare diversi campi del sapere. Il desiderio di conoscenza lo portava verso continui studi e revisioni del suo pensiero. Egli proibì la ristampa dei suoi Principi di economia pura che erano stati da lui rivisti e modificati negli ultimi anni di vita ;infatti secondo il Pantaleoni non erano ancora perfetti o erano in parte superati.
La dote più grande di Pantaleoni era senz'altro quella di riuscire a far conciliare le diverse dottrine economiche; la conoscenza della materia gli permetteva infatti di sintetizzare concezioni che sembravano incompatibili. Questo sforzo di allargare il più possibile la visione economica lo portava ad entrare sempre nella profondità dei fenomeni economici aumentando in tal modo le difficoltà e il raggio d'azione del suo studio ed in qualche modo, a mio parere, disperdendo la conoscenza di un fenomeno in troppi affluenti.
Egli da buon liberista è contrario all'intervento dello Stato nell'economia, ma ne propugna l'azione coattiva come soluzione per raggiungere un massimo edonistico collettivo. Il laissez faire, postulato imprescindibile su cui si fonda il liberismo, è per il Pantaleoni solo “un principio pratico ricavato dall'esperienza”1 dato che lo Stato non è in grado di rimediare ai difetti del liberismo (che pur egli quindi riconosce) “è meglio adottare un principio del fasciar fare”.2 Il liberismo è in grado, in linea di principio, di aumentare il benessere della collettività ma soltanto in determinate condizioni.
Ruolo centrale assume nel Pantaleoni lo studio dell'individuo e della collettività visti non come ingranaggi di un meccanismo, ma bensì sotto l'ottica marginalistica che analizza anche l'aspetto “psicologico” dei comportamenti umani.
Le preferenze dei consumatori non sono per il nostro economista date; queste devono essere inserite nell'analisi per una completa comprensione dei fenomeni. E ruolo centrale ha nello studio dei comportamenti umani è l'edonismo; esso è caratteristica comune a disparati comportamenti economici nella “realtà”, e quindi assume la funzione di perno sul quale ruotano le proprie teorie economiche. Il concetto edonistico sarà trasfigurato nella concezione dello Stato- tutore della collettività in quanto “competente” e giudicare i comportamenti economici. Il Pantaleoni in seguito eccederà portando al limite i criteri della selezione naturale; soprattutto con il concetto di guerra che viene indicata come fattore di sviluppo economico nato dalle spinte del mercato. Egli tralascerà in questo modo gli aspetti umani e la disgrazie che essa porta con sé. La stessa adesione al nazionalismo e l'appoggio al fascismo gettano un'ombra sulla sua persona; egli offre delle ragioni e motivazioni “razionali” alle sue teorie che purtroppo sfoceranno anche in moti di razzismo contro “l'ebreo rivoluzionario socialista o sfruttatore capitalista”3 anticipando nel nostro paese l' “antisemitismo nazionalista più preciso e aggressivo”4 , quello del Preziosi.
Personalmente credo che nei suoi ultimi anni di vita il Pantaleoni si sia lasciato influenzare dalla situazione politica. Probabilmente l'appoggio al fascismo era dato in buona fede; il nuovo movimento rappresentava infatti l'occasione per cancellare la classe politica inetta e contaminata dalla barbarie socialista, per sostituirla con una classe dirigente nuova e più vicina alle sue aspirazioni di modello economico.
Il fascismo rappresentava in proiezione il modello di Stato coattivo che doveva traghettare l'Italia verso il benessere e la ricchezza.
Alla luce di questa lettura si può capire (anche se non giustificare) come egli sia stato trascinato da una sorta di “esaltazione intellettuale” negli eventi che porteranno al governo Mussolini.
1M.Pantaleoni “Lezioni” anno accademico 1907-1908
2ibidem
3M.Pantaleoni “Note in margine della guerra”, cit.
4R. De Felice “Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo”, Torino, Einaudi, 1961.