La Destra storica esprime, tra il 1861 e il 1876 , dodici governi e dovette darsi carico dell’eredità lasciata dal Cavour nella condotta degli affari economici con ministri delle finanze di gran prestigio : Bastogi , Sella , Minghetti , Scialoja , Ferrara , Rattazzi , Cambray-Dighy saranno i rettori delle finanze italiane in quel periodo.
L’Italia era un paese che conosceva diverse realtà economiche sparse sul territorio al momento della sua unificazione : l’unità era soprattutto formale mentre l’omogeneizzazione economico - sociale era ben lontana da quella di uno stato unitario.
Fra tante differenze , l’unico comun denominatore era dato dalla prevalenza un po’ ovunque di un’economia rurale : era quindi evidente come il primo passo per lo sviluppo del paese era dato dall’ammodernamento dell’agricoltura , sia per accrescere le risorse interne, sia per uscire dall’arretratezza in cui versavano le campagne.
E diversi furono in effetti i miglioramenti nel periodo successivo all’unità : il valore della produzione agraria aumentò fra il 1861 e il 1880 di circa il 47 per cento[1], gli accordi commerciali libero scambisti con altri paesi europei diedero la possibilità alle nostre derrate agricole di penetrare in più ampi mercati.
Ma le stime del periodo ci dicono come la crescita del reddito per abitante era lontana dalla soglia di uno sviluppo economico di tipo moderno : e la compressione dei consumi interni era dovuta soprattutto al carico fiscale imposto dai governi della Destra generalizzato a tutte le classi sociali comprese le più bisognose.
L’aumento del volume delle entrate tributarie non fu comunque tale da consentire allo Stato di realizzare nel ventennio successivo al 1861 , le infrastrutture ed i servizi necessari per accelerare lo sviluppo del sistema economico in modo adeguato.
Nel 1862 le entrate effettive coprono solo la metà delle spese dello stato , da qui la rapida espansione dell’indebitamento statale ; nel 1866 le esigenze di spesa imposte dalla guerra al fianco della Prussia imposero al governo la ricerca di nuove risorse ; risorse che vengono fornite dalla Banca Nazionale del Regno che otterrà come contropartita , l’autorizzazione a sospendere la conversione metallica dei propri biglietti e l’instaurazione del corso forzoso della moneta ; cio comporto l’inconvertibilità dei biglietti di banca in oro e la possibilità per lo Stato attraverso una politica inflazionistica ,di fronteggiare necessità urgenti mediante la stampa di carta moneta circolante a corso forzoso.
Questo regime fu vissuto come una tragedia nazionale e le polemiche contro l’operato del governo furono vivaci.
Ma ciò invece produsse diversi benefici all’economia italiana ; il corso forzoso fece salire il prezzo in lire dell’oro ( all’epoca chiamato “aggio”) e quindi cio comporto una sostanziale svalutazione del cambio della lira : questo fatto accrebbe la competività delle esportazioni italiane e la conseguente crescita della domanda estera per i nostri prodotti.
Inoltre il corso forzoso diffuse con il passare degli anni le prime grandi innovazioni “ moderne” degli strumenti finanziari e monetari : la moneta cartacea e il deposito bancario.
Tra il 1861 e il 1880 il rapporto fra importazioni di beni strumentali e investimenti lordi, pari in media al 12,4 per cento[2] registrò quindi un’impennata soltanto in occasione della guerra del 1866 e dopo l’introduzione del corso forzoso
Inoltre con il provvedimento del maggio 1866 si ottenne un’accelerazione del processo di unificazione monetaria del paese fino ad allora assai lento.
La Destra italiana aveva una concezione economico politica che considerava possibile uno sviluppo “indiretto” del nostro paese attraverso la creazione di infrastrutture; esse, per i numerosi interessi pubblici coinvolti e per le caratteristiche di monopolio tecnico o naturale, non furono affidate completamente all’iniziativa privata .
A metà dell’ottocento il nuovo capitale fisso sociale è dato dalla ferrovia , la grande innovazione di quel periodo. Attorno al 1860 la rete ferroviaria italiana è di 2000 km molto inferiore a quella dei paesi maggiormente industrializzati come la Francia , la Gran Bretagna e la Germania ; nel 1876 l’estensione della rete ferroviaria arriverà circa agli 8000 km .
Vengono inoltre ampliati i porti e costruite nuove e più capillari strade su tutto il territorio : quindi da un punto di vista quantitativo l’impegno dei governi della Destra nella creazione di capitale fisso sociale non è da sottovalutare .
Anche per quel che riguarda l’industria ci furono progressi se pur lenti : infatti si attribuisce al periodo che va dal 1861 al 1876 una crescita della produzione industriale per abitante vicina all’1 per cento.
I settori trainanti italiani sono quelli del tessile soprattutto per quel che riguarda la produzione dei filati e dei tessuti di seta, cotone e lana.
Per quel che riguarda i settori per l’epoca più moderni , si può prendere a riferimento la produzione e il consumo di ghisa che dimostrano, con il confronto con gli altri stati l’arretratezza strutturale italiana ; basti pensare che la G.Bretagna nel 1861 produceva 140 volte la quantità di ghisa prodotta dall’Italia e che il tasso di crescita medio annuo dal 1861 al 1875 per la produzione di ghisa era per l’Italia del 0,5 contro il 3,7 del Regno Unito e del Belgio o il 7,5 della Germania. [3]
Quindi l’inserimento dell’economia italiana nel mercato mondiale con alcune eccedenze agricole e alcuni prodotti dell’industria leggera ( settore tessile ed alimentare) non fu certo sufficiente a superare l’ormai cronica arretratezza economica di ampie zone della penisola e di rendere meno marginale la posizione dell’Italia rispetto alle altre europee più progredite.
Si doveva quindi cambiare decisamente rotta da quello che Castronuovo battezza come “atteggiamento antiindustrialista” della Destra con le rare eccezioni del Cavour o di Quintino Sella che come ministro delle finanze in vari governi tra il 1862 e il 1873 si impegnò a fondo per promuovere le condizioni di crescita della produzione industriale e per svincolarla dalla schiavitù economica dal settore agricolo che condannava l’Italia ad essere relegata ai margini dello sviluppo europeo .